Gabriele Romeo

Gabriele Romeo

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Gabriele Romeo, born in Palermo in 1983, is an art critic, curator, and academic with a distinguished career in contemporary visual arts. A member of AICA International (International Association of Art Critics), he was elected President of AICA Italy in April 2021, and later joined the AICA International Board in Paris. Since November 2024, he has held the position of full professor in Phenomenol

Photos from Gabriele Romeo's post 10/05/2026

Attending today’s inaugural proceedings of the exhibition curated by Roberto Mastroianni, the empirical evidence corroborates the rigorous scientific framework underpinning the curatorial logic.

A critical examination of the corpus by Fukushi Ito (b. Nagoya, Japan, 1952) reveals that his research project, “Kubwa Kuliko”, transcends mere aesthetic output to facilitate a systematic deconstruction of luminous matter. Through the synthesis of synthetic polymers and organic vegetable fibres (washi), Ito executes a digital spatial mapping which Mastroianni rightly delineates as a phenomenological chronology of the lebenswelt.

Among the Tanzanian practitioners emergent in this edition, Valerie Asiimwe Amani (b. Dar es Salaam, Tanzania, 1991) warrants significant scholarly attention. Her doctoral candidacy at the Ruskin School of Art, University of Oxford, informs an analytical posture that rejects decorative artifice in favour of a taxonomic investigation into collective memory and the somatic archive. Her practice operates upon sub-vocal frequencies, transmuting textile media into rigorous historical-anthropological documentation.

G. R.

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Roberto Mastroianni Gabriele Romeo Gabriele Romeo

Photos from Gabriele Romeo's post 09/05/2026

La nuova trilogia filmica di Shirin Neshat si impone come una delle più profonde riflessioni contemporanee sulla condizione dell’esilio, non soltanto in senso geopolitico, ma ontologico e percettivo. In DO U DARE! il soggetto migrante non viene rappresentato come figura sociologica definita dalla semplice appartenenza culturale, bensì come coscienza fratturata, sospesa in una dimensione liminale dove identità, memoria e immagine entrano in uno stato di continua instabilità. La mostra costruisce così una fenomenologia dell’estraneità contemporanea, nella quale il corpo diviene il luogo in cui si sedimentano simultaneamente trauma storico, desiderio di riconoscimento e dissoluzione del sé.
La radicalità dell’opera emerge con particolare forza nel presente storico, segnato da un ritorno violento delle tensioni geopolitiche, dall’irrigidimento delle identità nazionali e dalla crescente incapacità di elaborare una dimensione autenticamente interculturale. Guerre, migrazioni forzate, radicalizzazioni religiose e nuove forme di nazionalismo stanno producendo una crisi profonda dell’idea moderna di appartenenza. In questo scenario, Neshat non propone alcuna riconciliazione pacificata: la sua ricerca insiste piuttosto sulla ferita, sullo spazio irrisolto della frattura. I suoi personaggi abitano una soglia permanente, troppo lontani dalla terra d’origine per potervi ritornare simbolicamente, ma al tempo stesso impossibilitati a coincidere pienamente con il mondo occidentale che li accoglie.

Il corpo perde la propria immediatezza percettiva e diventa superficie continuamente mediata dallo sguardo sociale, politico e mediatico. I soggetti di Neshat non vivono il mondo come spazio abitabile, ma come campo di tensioni che li costringe incessantemente a ridefinire la propria presenza. L’identità non appare più come essenza stabile, bensì come costruzione fragile sottoposta a dispositivi di visibilità e disciplinamento.

Questa instabilità viene resa attraverso una complessa architettura iconografica che intreccia la tradizione persiana con l’estetica del capitalismo visuale occidentale. L’immagine in Neshat conserva infatti una dimensione rituale e contemplativa profondamente radicata nella cultura persiana. Le posture statiche, la frontalità ieratica dei volti, la sospensione temporale delle scene e la densità simbolica dello spazio richiamano tanto la miniatura safavide quanto la tradizione poetica sufi, nella quale il visibile rimanda costantemente a una dimensione ulteriore, invisibile e spirituale. Come nella calligrafia persiana, anche qui il segno visivo non esaurisce mai il proprio significato nella semplice rappresentazione, ma apre a una dimensione metafisica dell’assenza e del desiderio.

La figura femminile assume così una funzione simbolica complessa. Non è soltanto corpo politico o soggetto oppresso, come in parte accadeva nelle opere precedenti dell’artista, ma diventa spazio di collisione tra differenti regimi dello sguardo. Il corpo della donna è contemporaneamente memoria culturale, dispositivo performativo e superficie mediatica. Neshat costruisce una vera e propria iconografia della vulnerabilità contemporanea: i suoi personaggi sembrano oscillare continuamente tra il desiderio di sottrarsi allo sguardo e la necessità di esistere attraverso di esso.

È precisamente in questa tensione che l’opera dialoga con la riflessione di Guy Debord sulla società dello spettacolo e con la teoria di Jean Baudrillard relativa alla simulazione e al consumo delle immagini. L’America rappresentata nella trilogia non coincide semplicemente con uno spazio geografico, ma con una macchina iconografica fondata sulla produzione incessante di visibilità. La soggettività contemporanea viene assorbita all’interno di un sistema che trasforma ogni esperienza in immagine circolante, ogni trauma in contenuto estetico, ogni identità in performance consumabile.

La dimensione del consumismo di massa emerge allora non tanto attraverso gli oggetti, quanto mediante la compulsione all’accumulazione dell’immagine. Il capitalismo contemporaneo non produce soltanto merci: produce incessantemente rappresentazioni del sé. Il soggetto digitale esiste soltanto nella misura in cui appare, si espone, si rende visibile. In questo senso la trilogia di Neshat intercetta con straordinaria lucidità ciò che Byung-Chul Han definisce la violenza della trasparenza contemporanea: una condizione nella quale l’individuo interiorizza volontariamente il bisogno di esporsi, trasformando la propria esistenza in superficie comunicativa permanente.

La protagonista di DO U DARE! incarna precisamente questa contraddizione. Da un lato la visibilità rappresenta una possibilità di emancipazione dall’invisibilità politica e culturale dell’esilio; dall’altro essa coincide progressivamente con una forma di dissoluzione identitaria. Più il soggetto cerca di esistere attraverso l’immagine, più rischia di ridursi a simulacro di sé stesso. Il corpo diventa allora terreno di colonizzazione simbolica: non più soltanto disciplinato dal potere politico o religioso, ma assorbito dai meccanismi di riproduzione mediatica e spettacolare.

La dimensione diasporica dell’opera dialoga inoltre con il pensiero di Homi K. Bhabha e Edward Said. I personaggi di Neshat abitano infatti quello “spazio intermedio” nel quale l’identità non coincide più con una patria, una lingua o una tradizione definite. L’esilio non appare semplicemente come perdita geografica, ma come condizione epistemologica permanente: vivere tra più mondi senza appartenere integralmente a nessuno di essi. Questa sospensione produce una coscienza tragica, ma anche una particolare capacità critica, poiché il soggetto diasporico osserva simultaneamente la violenza dell’orientalismo occidentale e le rigidità identitarie del proprio contesto originario.

Le ambientazioni urbane americane presenti nella trilogia accentuano ulteriormente questa condizione. Le architetture verticali, gli schermi, le luci artificiali e gli spazi impersonali della metropoli costruiscono un paesaggio di alienazione nel quale la folla non genera comunità ma dispersione. Neshat mostra una società fondata sull’iper-visibilità e al tempo stesso sull’impossibilità di un’autentica relazione. I corpi appaiono vicini fisicamente ma radicalmente separati sul piano esperienziale. La città contemporanea si trasforma così in uno spazio di solitudine collettiva.

L’aspetto più potente della mostra risiede tuttavia nella capacità di opporre a questa accelerazione spettacolare una temporalità diversa. Le immagini di Neshat rallentano lo sguardo, impongono silenzio, sottraggono il corpo alla rapidità compulsiva del consumo visivo contemporaneo. In un’epoca dominata dalla circolazione infinita delle immagini digitali, la sua estetica reintroduce la densità dell’attesa e della contemplazione. Ogni inquadratura sembra chiedere allo spettatore non di consumare l’immagine, ma di abitarla.

In questo senso DO U DARE! supera i confini della semplice denuncia politica o della narrazione autobiografica. La trilogia diventa una meditazione radicale sul destino contemporaneo del soggetto umano. Neshat mostra come il vero conflitto del presente non si consumi esclusivamente tra Stati o civiltà, ma all’interno della coscienza stessa, lacerata tra bisogno di appartenenza e desiderio di libertà, tra necessità di visibilità e volontà di sottrazione, tra memoria culturale e assimilazione globale.

L’opera assume quindi una portata universale: l’esilio narrato da Neshat non riguarda più soltanto la diaspora iraniana, ma l’intera condizione contemporanea. In una civiltà dominata dall’eccesso di immagini, dalla velocità della comunicazione e dalla frammentazione identitaria, i suoi personaggi incarnano la crisi profonda di un’umanità che rischia progressivamente di perdere non soltanto le proprie radici, ma anche la possibilità stessa di un’esperienza autentica del sé.

G. R. ©️

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Gabriele Romeo Gabriele Romeo

09/05/2026

Shirin Neshat: Do U Dare! — A Forensic Dissection of the Digital Subject

At Palazzo Marin, Shirin Neshat’s cinematic trilogy constitutes a rigorous social and psychic autopsy.

Curated by Ilaria Bernardi and Bartolomeo Pietromarchi, Do U Dare! presents an analytical trajectory into the tragedy of Nasim Aghdam, framing it as the definitive paradigm of identitarian disintegration within the digital epoch.

🔴The exhibitionary circuit is governed by the diaphragm of red light: a chromatic apparatus that transmutes the palatial chambers into an ontological darkroom. This saturated vermilion serves as a threshold of perception, insulating the spectator whilst engendering a stark juxtaposition with the psychedelic video triptych.
Whilst the physical environment remains suspended in a liturgical stasis, the screens erupt in a convulsive montage of archival fragments and hallucinatory sequences.Neshat meticulously interrogates a fragmented political historiography: from the inaugural traumas of displacement during the Bush administration to the hyper-polarised, toxic aesthetics of the Trump era. It is a psychedelic chronicle wherein “informational nausea” and media saturation act as the primary catalysts for the dissolution of the self.

The analytical progression unfolds across three discrete chambers:

1️⃣ The Chamber of Identity: An inquiry into the unadorned existence of the exile—a body seeking sanctuary within a profoundly indifferent West.

2️⃣ The Chamber of Delirium: A study of the obsessive pursuit of digital visibility, wherein the psyche is mutated into a paranoiac loop of self-representation.

3️⃣ The Chamber of Sacrifice: The protagonist’s final act is divested of its sensationalist veneer and reconfigured as a ritualistic, metaphysical gesture—a terminal claim to existence in a system designed to render the individual invisible.

A profound and harrowing work that poses the ultimate question: to what extremity dare we go to be perceived?

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G. R.

🎞️👁️📍 Palazzo Marin, VeniceCurated by Ilaria Bernardi and Bartolomeo Pietromarchi.Promoted by Associazione Genesi and

Gabriele Romeo Gabriele Romeo

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Indirizzo


Venice
30121