Documenta LIVE
09/07/2026
📌 Nel catalogo di Exit, mostra sulla “giovane arte italiana” curata da Francesco Bonami nel 2002 alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Massimiliano Gioni scriveva:
> “L’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con America, Svizzera, Inghilterra, Francia e Germania”.
Una frase profetica. Se non fosse che lo stesso Gioni è poi diventato uno dei protagonisti di quel sistema che, negli ultimi venticinque anni, ha contribuito a rendere marginale l’arte formata e prodotta in Italia.
Il New Museum, diretto dallo stesso Massimiliano Gioni presenterà a settembre (in una join venture con la stessa Fondazione Sandretto Re Rebaudengo), una mostra su Diego Marcon nato a Busto Arsizio, stessa città di Gioni e da cui il critico, nel 1999, è partito per New York, dopo aver venduto una Panda per potersi permettere il soggiorno a New York, a casa di una nota critica d'arte.
L'arte italiana sembra condannata ma non l'arte di Busto Arsizio 😂😂😂😂😂😂😂
07/07/2026
📌Chi è il curatore? E, soprattutto, cosa cura? C'è davvero qualcuno che sta male?
Negli ultimi anni il sistema dell'arte contemporanea si è riempito di apparati: curatori, direttori, commissioni, bandi, giurie, fiere, fondazioni, politiche culturali, filtri di ogni tipo. Una proliferazione continua di mediazioni che, invece di proteggere la qualità, finisce spesso per sostituirla.
Nell'ultima Quadriennale abbiamo ascoltato per mesi il racconto dei curatori, delle loro intenzioni, delle loro visioni. Il risultato è stato un insieme di mostre che si sovrapponevano fino ad assomigliare più a una fiera che a un progetto culturale unitario. Alla recente Biennale di Venezia si sono accumulati episodi isolati, eccentricità e opere prive di una reale necessità. Ancora una volta hanno prevalso il dispositivo curatoriale, le sovrastrutture, la politica e la narrazione. Le opere sono rimaste sullo sfondo.
Per settimane si è discusso del Padiglione Russia. Quasi nessuno, invece, ha discusso della qualità delle opere esposte. È questo il punto: oggi parliamo continuamente di ciò che circonda l'arte e sempre meno dell'arte.
Quando una pianta infestante soffoca un frutto non basta eliminare la pianta. Quel frutto ormai è secco. Occorre tornare a seminare e attendere una nuova raccolta.
Il sistema dell'arte, invece, vive in una raccolta permanente ed esasperata. C'è una fiera ogni settimana. Tutti vogliono raccogliere. Quasi nessuno vuole seminare. E prima che un'opera abbia il tempo di crescere, maturare, sbagliare e trasformarsi, arriva già l'appuntamento successivo.
Per questo, ad Artissima 2026, insieme alla Traveling Gallery e alla Galleria Inversa di San Sebastián, abbiamo immaginato uno stand esploso: un progetto che separa il tempo della semina da quello della raccolta.
La Traveling Gallery è una galleria non convenzionale che mette realmente al centro gli artisti. Al suo interno il confronto critico è continuo, come in un vivaio dove le opere vengono coltivate prima di essere esposte. Non produce soltanto occasioni di vendita: costruisce tempo, ricerca, verifica e crescita. Solo dopo arriva la raccolta.
Ogni ruolo del sistema dell'arte, e quello del curatore in particolare, può essere decisivo. A una condizione: competenza, onestà intellettuale e responsabilità. Ma quando i contenuti si indeboliscono, gli apparati inevitabilmente si espandono. Più l'opera perde forza, più aumenta il potere di tutto ciò che la circonda.
Per questo oggi spetta soprattutto agli artisti riportare l'opera al centro. Significa ripensare radicalmente il proprio ruolo, smettere di produrre un'arte innocua, decorativa, pensata per arredare un salotto o un caminetto.
Oggi tutto ciò che ci circonda è, in un certo senso, arte contemporanea. Se rinunciamo a confrontarci con la migliore arte contemporanea, sarà la "peggiore arte contemporanea" a occuparsi della nostra vita, a costruire il nostro immaginario, a orientare i nostri desideri e a decidere il nostro modo di guardare il mondo.
Ed è qui che l'arte torna a essere indispensabile. Non come intrattenimento. Non come arredamento. Ma come palestra per allenare nuovi occhi. Un laboratorio capace di allenare il nostro sguardo, mettere in crisi le nostre certezze e renderci finalmente capaci di vedere.
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