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Perché non ti va più di lavorare 16/04/2026

Chi parla di pigrizia, di sdraiati, di indolenza, non ha capito niente. Non si tratta neanche, come si sente dire negli articoli e nei talk aziendali, di semplice burnout, ossia del fatto che siamo esausti perché abbiamo lavorato troppo, abbiamo subìto troppa pressione, la pandemia ha lasciato il segno e le tecnologie digitali ci hanno sovraccaricato di stimoli.
Tutto vero, sì, dolorosamente vero, e però non è tutto qui. Questa spiegazione non riesce a catturare la qualità particolare di questa stanchezza, che evidentemente non è quella di chi ha spalato carbone per dieci ore. È la stanchezza di chi, mentre spala un carbone invisibile, sospetta che il carbone non esista, che la caldaia non esista, e che forse nessuno abbia davvero bisogno di riscaldarsi. La stanchezza contemporanea non nasce dal troppo lavoro, ma dal sospetto che quel lavoro non serva a niente. È una stanchezza metafisica molto prima che muscolare, ed è questo che la rende così difficile da curare.

Ma dentro questa stanchezza diffusa c’è un’intuizione. Quella delle persone che stanno dicendo, sovente senza sapere di dirlo, che l’assetto del lavoro a cui siamo abituati non reggerà, che la coincidenza tra reddito e occupazione, tra dignità e produttività e tra tempo di vita e tempo di prestazione è entrata in una crisi colossale che nessun aggiustamento marginale potrà più sanare.

Perché non ti va più di lavorare La stanchezza di chi sospetta che il lavoro non serva più a niente

La paura di perdere quel poco che si ha 21/03/2026

Negli ultimi due mesi siamo stati a Santiago del Cile, a New York, in Argentina, in Spagna, in Norvegia; abbiamo tenuto conferenze, incontrato istituzioni, portato il nostro lavoro in contesti internazionali dove siamo stati invitati a parlare.
E abbiamo capito chiaramente una cosa.

A guardarci da fuori si capisce meglio quanto qui siamo messi male. Perché da dentro ci si abitua, si normalizza tutto: i contratti a tre mesi rinnovati all’infinito, gli stipendi che non crescono da vent’anni, l’idea che per comprare una casa serva un’eredità o un miracolo, il fatto che a trentacinque anni molti vivano ancora nella stanza in cui dormivano alle medie. Da dentro sembra normale perché tutti quelli intorno a te stanno nella stessa situazione. Da fuori, invece, si vede che è un paese del G7 in cui un’intera generazione non riesce ad accedere a un’abitazione e a un lavoro stabile; è un paese in una crisi dura da così tanto tempo da essere diventata invisibile a chi la vive. “È così”.

Ieri sera, durante la cena con alcune persone del sindacato, c’era nei confronti dell’Italia una grandissima curiosità. "È vero che tante persone in Italia rimangono a vivere con i genitori finché non si sposano? Come sono gli ambienti di lavoro? Quanto si lavora? E le pensioni? In che senso a breve non le avrete più?"

Rispondendo a quelle domande e dovendo tracciare un ritratto onesto di un paese bellissimo ma in evidente crisi, è apparso a un certo punto una specie di filo rosso. Tanti dei fenomeni peggiori che abbiamo sperimentato in questi anni - nel lavoro, nella vita personale, nelle relazioni, sui social - vengono da una paura.

La paura di perdere quel poco che si ha si manifesta come un comportamento collettivo, come un modo di stare insieme che contamina i rapporti di lavoro, le relazioni tra generazioni, la vita pubblica e perfino il modo in cui si reagisce ai successi degli altri. Chi ha paura di perdere quel poco che ha non riesce a vedere nel successo di qualcun altro un’opportunità, un esempio, un’occasione per collaborare; lo vede come una minaccia, come qualcosa che gli ricorda ciò che lui non sta facendo, ciò che non ha ottenuto, il posto che non occupa. E la reazione è ridimensionamento, silenzio, oppure attesa dell’errore per buttare giù chi si è esposto.

Continua nella Tlonletter.

La paura di perdere quel poco che si ha Il successo degli altri che fa sentire sempre in ritardo. Riflessioni da Oslo

Consigli di lettura, visione e ascolto - Speciale New York 28/02/2026

Saremo a New York dal 24 febbraio al 2 marzo. Ci andiamo con United Network, l’organizzazione associata alle Nazioni Unite che da anni forma studenti delle scuole superiori attraverso simulazioni dell’Assemblea Generale ONU. Andrea collabora con loro sul fronte dell’intelligenza artificiale: ha sviluppato un percorso dedicato all’uso consapevole e critico dell’IA, e insieme hanno scritto un codice etico per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle simulazioni. Entrambi siamo nel Comitato Scientifico.

L’idea è che non si possa parlare di diplomazia, diritti e futuro senza affrontare anche la questione di come pensiamo con le macchine e di cosa succede quando smettiamo di pensare.

Consigli di lettura, visione e ascolto - Speciale New York Saremo a New York la prossima settimana; trovi le informazioni dopo i nostri consigli di lettura, visione e ascolto, per i quali ci siamo fatti ispirare dalla città che non dorme mai (peggio per lei).

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