Confindustria
Promuoviamo la centralità dell’impresa sul territorio come motore di sviluppo economico, sociale e civile del Paese. Non riceviamo finanziamenti pubblici e rappresentiamo le imprese e i loro valori presso le Istituzioni, a tutti i livelli, per contribuire concretamente al benessere e al progresso della società. In quest’ottica, garantiamo servizi sempre più diversificati, efficienti e moderni.
L’automotive era il nostro primo prodotto europeo e le regole sull’elettrico e sul diesel lo hanno messo in seria difficoltà.
Negli ultimi anni, l’Europa ha imposto quale tecnologia utilizzare per costruire un prodotto che già sapevamo fare. Quando imponi una tecnologia, fermi anche la ricerca e lo sviluppo, perché non ha più senso esplorare strade alternative.
La richiesta di ridurre le emissioni ha senso, ma come raggiungere quell’obiettivo avrebbe dovuto essere una scelta delle imprese, lasciate libere di innovare e competere.
Invece, anche sulla spinta dei sensi di colpa della Germania dopo il Dieselgate, abbiamo finito per legarci a prodotti e tecnologie che non sono nostri, finendo per avvantaggiare la Cina.
Oggi Pechino, infatti, è l’unica vera superpotenza industriale con un saldo commerciale positivo da 1.200 miliardi. L’Europa, nello stesso periodo, ha perso terreno, lasciando a casa un milione di lavoratori.
Il punto è che non stiamo giocando la stessa partita.
Le nostre imprese operano con vincoli, responsabilità ambientali e costi sociali molto diversi rispetto a quelli di altri concorrenti globali.
E se le regole non sono le stesse, è difficile immaginare una competizione ad armi pari.
Per questo la questione non riguarda soltanto l’automotive.
Quando un continente perde sovranità industriale, energetica e tecnologica, il problema diventa sistemico e riguarda tutti.
Servono condizioni abilitanti affinché le case automobilistiche possano continuare a investire, innovare e produrre in Italia.
Perché è da qui che si può pensare di ripartire.
I giovani hanno diritto ad avere una casa a prezzi sostenibili.
Lo dico con chiarezza: senza abitazioni accessibili, l’Italia non riuscirà a trattenere le nuove generazioni. E il dato demografico è grave: entro il 2040 mancheranno 5 milioni di giovani, anche a causa dei costi sempre più insostenibili delle case per le nuove famiglie.
Su questo fronte si inserisce il Piano Casa, con l’obiettivo di realizzare unità abitative con canoni di locazione e prezzi sostenibili.
Un piano pensato per favorire occupabilità e integrazione sociale a giovani, famiglie, anziani e a tutte le fasce più fragili della popolazione.
Ma perché questo piano produca risultati concreti serve anche la responsabilità dei territori. Tocca ai Comuni individuare e mettere a disposizione le aree per la costruzione di nuove abitazioni.
Perché, in caso contrario, a pagarne il prezzo sarebbero proprio coloro che attendono questa misura.
Consentire ai lavoratori e alle fasce più deboli della società di accedere ad abitazioni di qualità a un prezzo sostenibile non è solo una misura sociale. È un grande piano di politica economica, capace di rimettere in moto la crescita del nostro Paese.
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