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28/01/2019

Castello di Pietrarossa Qalat-An-Nissa (Caltanissetta) anno 900 d.C.

I guerrieri arabi riposano nelle sale del castello dopo l’ennesima battaglia. Il banchetto è fastoso, accompagnato da canti e balli di bellissime donne.

Alcuni di loro chiedono alle concubine dell’emiro di preparare qualcosa di speciale, un piccolo pezzo di paradiso da poter custodire nel bagaglio, una porzione di sogno da portare con sé per rivivere, in qualunque luogo e in qualunque tempo, la magia dell’incanto delle notti a Pietrarossa.

La sfida è difficile, quasi impossibile.

Le donne prendono i frutti della straordinaria Sicilia: mandorle, pistacchi e il miele più dolce e puro. Sul fuoco lento, in un paiolo di rame, cominciano a mescolare tutto.
La sera, al termine del banchetto, portano in tavola un dolce che nessuno aveva mai visto prima: croccante e friabile, gustoso e duraturo, morbido e compatto, leggero e ricco.
È nata la Cubaita.

I guerrieri se ne riempino le bisacce e, andati via dal castello di Pietrarossa, lo fanno conoscere al mondo.

Così Andrea Camilleri sulla cubaita:

La cubaita è semplice e forte, un dolce da guerrieri, lo devi lasciare ad ammorbidirsi un pochino tra lingua e palato, devi quasi persuaderlo con amorevolezza ad essere mangiato.

Ti obbliga a una sua particolare concezione del tempo, ha bisogno di tempi lunghi del viaggio per mare o per treno, non si concilia con l’aereo, con la fretta.
Ti invita alla meditazione ruminante.

Rende più dolce e sopportabile l’introspezione che non sempre è un esercizio piacevole.
Alla dolcezza del miele mischia l’”amarostico” delle mandorle tostate e il ricordo del verde attraverso il pistacchio. Diventa così una sorta di filosofia.

21/12/2018

Palermo Porta Sant’Agata all’Albergheria, notte del 10 novembre del 1160. (Rivolta dei Baroni). Matteo Bonello, nobile normanno e signore di Caccamo, con un manipolo di uomini al seguito tende un agguato mortale a Maione da Bari, Primo Ministro di Guglielmo I (detto il Malo). Poco tempo dopo alcuni congiurati penetrano improvvisamente nelle camere del sovrano al Palazzo Reale.
Guglielmo, atterrito, tenta invano di scappare. Trattenuto si dichiara pronto ad abdicare a favore del figlio Ruggero.

Chiuso il sovrano nelle sue stanze, i congiurati portano il piccolo Ruggero in groppa ad un cavallo per le vie della città.
Il popolo, spaventato della sommossa, si schiera con il Re liberandolo e riportandolo al potere. Matteo Bonello e i suoi seguaci sono costretti a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

La vendetta di Guglielmo I non si fa attendere. Il Re invia un esercito contro i ribelli asserragliati a Caccamo. Ma il castello risulta inespugnabile.
Quello che non riuscì a fare con la forza, il re ottenne con l’inganno: fece credere al Bonello di averlo perdonato e durante una giornata a corte lo fece arrestare. Rinchiuso a palazzo, fu torturato sino alla morte.
Da allora il fantasma di Matteo Bonello si aggira inquieto per il castello in cerca di pace eterna! Chi lo avrebbe visto descrive un essere vestito con abiti d’epoca, pantaloni e giacca di cuoio, che si muove trascinandosi lentamente col volto sfigurato, barbottando i nomi di coloro i quali lo tradirono e torturarono.

L’odio e il desiderio di vendetta gli impediscono di raggiungere la pace eterna e quindi continua a vagare inquieto nel maniero.

Caccamo è un antico Borgo Medievale, a circa 45 Km da Palermo, dove cultura, storia, arte, artigianato, tradizioni e gastronomia fanno di questa cittadina uno scrigno di preziosità.

19/12/2018

La bellissima ninfa Scilla (figlia di Fosco e Craetis), amava passeggiare lungo le spiagge di Zancle (Messina) e fare il bagno nelle limpide acque del mar Tirreno.

Una sera, incontrò il dio marino Glauco, ex pescatore per metà pesce, che si innamorò perdutamente di lei.
Ma la bellezza di Scilla era pari alla sua vanità, tanto da non concedersi a nessuno dei suoi corteggiatori. Glauco disperato per il rifiuto, ricorse in aiuto alla maga Circe, a sua volta interessata alle attenzioni di Glauco.

La maga, offesa e indispettita, architetta una contromossa per danneggiare la sua rivale: invece di una pozione d’amore, ne fa un’altra che versa nello specchio d’acqua dove la ninfa si getta abitualmente.
Non appena l’ignara Scilla si immerge vede trasformarsi il suo corpo in un orrendo mostro: un essere con 12 potenti zampe e 6 teste di orribili cani, dotate di immense fauci e tre file di denti aguzzi. “Scilla ivi alberga, che moleste grida / Di mandar non ristà. La costei voce / Altro non par che un guaiolar perenne / Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce / Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse, / Non mirerebbe in lei senza ribrezzo, / Dodici ha piedi, anteriori tutti, / Sei lunghissimi colli e su ciascuno / Spaventosa una testa, e nelle bocche / Di spessi denti un triplicato giro, / E la morte più amara di ogni dente.” (Odissea, XII)

Per la vergogna, la ninfa ormai mostro, decise di nascondersi in un antro dove la costa calabra si protende verso la Sicilia. Da lì scaricava tutto il suo rancore nei confronti dei naviganti che imprudentemente le passavano vicino.
Solo Ulisse scampò alla sua ira, facendosi legare dai suoi compagni all’albero della nave con tappi di cera alle orecchie per non sentire il fatidico canto delle sirene che lo avrebbero portato dritto nelle fauci del mostro. Foto: (Massimo Collini)

17/12/2018

Anapia e Afinomo stavano lavorando nel loro campo ai piedi dell'Etna quando ... Un nuvolone di fumo densissimo oscurò il cielo. Il sole divenne sanguigno e un boato fece sussultare le pendici screpolate dell’Etna.
Contadini e pastori si precipitavano giù a valle trascinando con sé le poche e misere masserizie e spingendosi innanzi i bovi mugghianti, le pecore impazzite e i cani che ululavano, in un inferno di ceneri infuocate, di scosse paurose e di bagliori cupi e accecanti.

Anfinomo a Anapia, invece, con l’ansia nel petto in tumulto, sfuggivano come due nibbi alle mani che cercavano di agguantarli, e salivano, salivano disperatamente incontro alla morte e contro la natura spietata.
Tornate, tornate indietro! Disgraziati… la montagna sta divampando! La sciara è entrata come serpente nelle nostre case! È il giudizio di Dio, è la morte…
Raggiunta la loro capanna videro i loro vecchi genitori accostati ad un angolo, abbracciati e rassegnati a morire.

Padre, madre! Che non sentite? Siamo qui, i vostri figli, Anfinomo, Anapia…
Il torrente di lava stava già per investire la capanna. I fratelli pii si caricarono sulle spalle i loro genitori, e giù, anch’essi verso la valle lontana.

Ebbe inizio una gara tremenda tra l’impeto della natura e la fragile forza degli uomini. Vinse la natura e il torrente raggiunse i fratelli.

In quell'istante il “fiume rosso” si divise in due, lasciando così immuni i fratelli e i rispettivi genitori, per poi ricongiungersi.
Il fenomeno stupì i catanesi che soprannominarono i giovani “fratelli pii”, ed il luogo che essi avevano attraversato “Campi pii”. Questa leggenda è forgiata nel bronzo di uno dei quattro candelabri della centralissima piazza Università a Catania.

Foto: Salvo Orlando; testi tratti da: I Diavoli del Gebel, leggendario dell’Etna (Santo Calì)

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