Davide Faraone
C’è un momento, nella vita dei governi, in cui la realtà smette di essere un problema da governare e diventa un fastidio da correggere. Non la realtà vera, ovviamente. Quella ufficiale. Quella certificata. Quella scritta nero su bianco da chi, per mestiere, conta. E allora succede una cosa curiosa. Se i numeri sorridono, sono la prova del successo. Se i numeri storcono il naso, sono colpa di chi li ha calcolati.
È novembre 2025: l’Istat dice che il taglio dell’Irpef favorisce i due quinti più ricchi. Il governo risponde che l’Istat sbaglia. Non nei risultati, proprio nel metodo. Metodo sbagliato, lettura fuorviante, analisi parziale. Tradotto: avete contato male, rifate i conti finché non esce il risultato giusto. Passa qualche mese e il copione si perfeziona. Il deficit/Pil finisce al 3,1% e l’Italia entra in procedura d’infrazione. Colpa della crisi? Dei conti pubblici? Delle scelte fatte? No. Colpa di chi misura. Una “beffa”, dice Giorgia Meloni. Non contro i vertici, che sono stati nominati dal governo stesso, sarebbe imbarazzante, ma contro la “struttura”. I tecnici. Gli statistici. I quadri intermedi. Una specie di congiura silenziosa fatta di excel e coefficienti.
Il sospetto non viene mai detto fino in fondo, ma aleggia come un profumo insistente: se avessero alzato un po’ quei numeri, magari oggi saremmo tutti più felici. E soprattutto il governo ne uscirebbe meglio. Peccato che, nel frattempo, i numeri continuano ostinatamente a raccontare altro. Dicono che siamo appena sopra la linea che separa chi sta dentro da chi sta fuori. Che per una manciata di risorse, poche, rispetto a un bilancio pubblico, non siamo riusciti a evitare la procedura. Che i margini si assottigliano, mentre il debito cresce perché la crescita non c’è.
E soprattutto raccontano una cosa quasi imbarazzante: a quattro anni dall’insediamento, non è ancora chiarissimo quale sia la politica economica di questo governo. Si va per tentativi, per annunci, per correzioni in corsa. Un giorno si alzano le accise sulla benzina e poi si taglia l’aumento, il giorno dopo ancora si promette redistribuzione e si finisce per aiutare i redditi più alti, quello dopo ancora si invoca flessibilità europea restando inchiodati esattamente sulla soglia del 3%. È una navigazione a vista, con il pilota automatico della propaganda.
E quando il quadro non torna, si torna al punto di partenza: il problema sono i numeri.
Solo che qui il cortocircuito diventa quasi elegante. Perché mentre la politica accusa, chi quei numeri li produce fa esattamente il contrario di quello che gli si chiede: non li piega. Non li addolcisce. Non li sistema. Li pubblica.
E questo, più di tutto, dà fastidio.
Perché implica una cosa molto semplice: i numeri non sono a disposizione del governo.
E allora si allarga il bersaglio. Non più solo l’Istat. La Corte dei conti che segnala criticità? Invasione di campo. I magistrati che smontano i decreti sui migranti? Ideologia. La Ragioneria dello Stato che ricorda che i soldi non ci sono? Ostacolo burocratico. La Banca d’Italia che prova a dire la sua? Interessi privati.
Manine. Manone. Tecnici. Ragionieri. Statistici. Tutti colpevoli di una cosa sola: ricordare che la realtà esiste.
Il caso dell’Irpef, da questo punto di vista, è perfetto. L’Istat usa il metodo standard europeo, quello che serve a confrontare situazioni diverse. Risultato: il beneficio va soprattutto a chi ha di più. Risposta del governo: no, dovevate usare un altro metodo. Perché? Perché con quell’altro metodo il risultato sarebbe stato migliore.
È una nuova forma di politica economica: non redistribuire il reddito, ma redistribuire i criteri. Il problema però, è che la realtà, prima o poi, smette di collaborare.
Col governo Meloni la realtà smette di essere realtà e diventa una specie di sketch.
È il caso del “premio rimpatri” previsto nell’ennesimo, inutile, decreto sicurezza. Nome già notevole: sembra un concorso a premi, tipo raccolta punti. Fai abbastanza ricorsi, vinci il viaggio di ritorno. Solo che qui i punti li fa lo Stato, e li paga pure.
Funziona così: se sei un avvocato e segui un migrante, puoi arrivare a prendere fino a 615 euro. Non per aver risolto un caso complicato, non per aver difeso un principio costituzionale, ma perché lo straniero viene rimpatriato “volontariamente”. Volontariamente, si capisce, come quando uno sceglie tra saltare o essere spinto.
Capolavoro.
Una norma talmente ben congegnata che riesce nell’impresa di mettere tutti insieme contro il governo: avvocati, magistrati, Camere penali, Consiglio nazionale forense. Un’unità nazionale che neanche ai Mondiali del 2006. E quando riesci a scontentare contemporaneamente chi difende, chi giudica e chi interpreta la legge, forse non è un segnale di equilibrio. È un segnale di confusione.
Ma il punto non è solo giuridico. È proprio estetico, quasi filosofico. Perché qui siamo oltre la contraddizione: siamo al teatro dell’assurdo.
Da una parte si taglia il patrocinio gratuito per chi fa ricorso contro l’espulsione, dall’altra si introducono incentivi economici per gli stessi avvocati. Prima li scoraggi, poi li premi. Prima li rendi superflui, poi li trasformi in strumento. Il tutto dentro una legge che dovrebbe “semplificare” e finisce per complicare anche l’ovvio.
È il solito gioco delle tre carte: sicurezza, propaganda, pasticcio. E indovina quale resta sul tavolo alla fine.
La vera domanda, a questo punto, non è se la norma reggerà alla Consulta. È se reggerà alla realtà.
Perché prima o poi qualcuno se ne accorgerà: non si può pagare il risultato e chiamarlo giustizia. Non si può incentivare una conseguenza e raccontarla come scelta.
E soprattutto, non si può fare tutto questo e chiamarla sicurezza.
Quella, al massimo, è un’altra cosa.
Si chiama improvvisazione.
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