IL MONDO DI LALLA
QUESTO LO SCOPO DELL’ASSOCIAZIONE ‘’IL MONDO DI LALLA’’…
CON IMMENSO AMORE MAMMA E PAPA'
12/03/2026
Piena solidarietà a questa mamma e a tutte quelle di cui non si ha notizia, ma che vivono lo stesso dramma❤️🌈
La lettera che Catherine ha inviato agli assistenti sociali, riportata dal giornale il Centro:
Carissime Maria Luisa e Marika, ieri mi avete chiesto perché non vi parlassi.
L’ho fatto io, l’hanno fatto i miei figli, vi hanno detto che sono infelici qui, che non gli piace, il maschietto ha parlato a nome delle sue sorelle, dicendo che questo posto è brutto.
Vi hanno detto che vogliono tornare a casa, vi hanno detto che gli mancano il loro papà, i loro animali, i loro amici e la loro casa.
Come persone nominate per rappresentare questi bambini, le loro richieste d’aiuto sono state ignorate, liquidate, non credute e purtroppo non è stata intrapresa alcuna azione in loro favore. Invece sono stati dati in dono zucchero, istruzione e siringhe.
Bugie sul fatto che non mi sarei impegnata ad avere un insegnante quando ce ne andremo e che sarei d’accordo con le bugie e le informazioni distorte e ingannevoli diffuse da questa struttura.
Questi bambini sono molto intelligenti, sensibili e creativi.
La loro fiducia è stata tradita da ogni adulto che avrebbe dovuto garantire loro sicurezza e cure. Voi compresi. Lo capiscono da soli e non hanno bisogno che io glielo spieghi.
I resoconti di questo centro sembrano tralasciare un fattore cruciale: i bambini.
Non raccontano l’angoscia che i miei figli hanno provato fin dalla prima notte di separazione forzata, lontani dalla propria mamma.
L’ansia che hanno mostrato in un ambiente per loro estraneo e dove non si sentono al sicuro da persone che gli hanno mentito, che hanno usato adolescenti per bullizzarli,
che gli hanno portato via tutta la loro libertà al punto che gli è stato persino imposto di non andare in bicicletta intorno all’edificio o di giocare in un’area in cui erano vicini alla mamma e volevano stare con lei, e li hanno privati dei loro bisogni emotivi e fisici.
Sono stati tenuti isolati da tutti i loro amici, familiari e genitori che amano e privati di ogni meccanismo di difesa che avevano per affrontare questo trauma drastico e orribile che è per un bambino essere separato dalla madre e dal padre.
Ho dovuto guardare la completa distruzione, il trauma e l’ansia costante crescere nei miei tre figli, ogni giorno per quasi tre mesi.
E le stesse persone che avrebbero dovuto proteggerli dal male stanno attivamente supportando tutto questo.
I bambini devono essere immediatamente restituiti alla madre e al padre, dove possono iniziare a guarire da questo stato incredibilmente traumatico che tutti e tre vivono ogni giorno!
Mi hanno mentito fin dalla prima notte in cui sono arrivata qui e so che la verità di questi resoconti viene tenuta nascosta consapevolmente, come è stato detto a Nathan da Lucia (la responsabile della casa famiglia, ndr): «Per te è stato meglio così».
Come madre che ha a che fare con un figlio e due figlie, sono costretta a vedere la rabbia, l’ansia, le suppliche di non lasciarli soli, la fame e la stanchezza costanti per andare a letto e dormire, ogni giorno quando li fanno aspettare due ore prima di poter cenare,
la loro paura assoluta delle persone qui (per ragioni molto valide che conosco e conosce ognuno di loro), la loro tristezza quando implorano di tornare a casa perché gli mancano le loro vecchie vite, il loro papà, i loro animali e amici.
Sono costretta a vederli rompere le cose, farsi male, farsi del male a vicenda, disegnare aggressivamente sui muri, non voler più lavarsi, lavarsi i denti o persino vestirsi la mattina, svegliarsi dagli incubi con urla orribili in cui chiedono che la mamma li aiuti!
Masticare costantemente dita, capelli, vestiti e persino rompere i bastoncini di gomma speciali da masticare che Nathan ha comprato per loro e che sono fatti per i bambini autistici!
Qualsiasi capacità di comprensione psicologica vi darebbe la preoccupante consapevolezza del trauma, della depressione e dell’ansia costante che questi tre bambini hanno manifestato fin dal primo giorno, quando tutto è aumentato e peggiorato fino a raggiungere uno stato di urgenza e sono stati allontanati dalla loro precedente casa, sana, felice e amata, dalla loro madre e dal loro padre.
Ecco perché non posso affrontare le persone che non stanno facendo tutto il possibile e anche di più per aiutare questi bambini sofferenti, che subiscono danni irreparabili, a tornare immediatamente in sicurezza dai loro genitori.
Perdutamente.. per sempre ….🌈❤️
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Nel 1991, il mondo di Eric Clapton si spezzò in mille pezzi.
Suo figlio Conor, appena quattro anni, precipitò dal 53° piano di un grattacielo a New York. Una tragedia tanto assurda e disumana da togliere fiato e parole. Bastò un attimo. Uno solo. E tutto cambiò per sempre.
Clapton ricorda quel momento con una lucidità dolorosa:
“Ricordo la stanza. La telefonata. E poi il nulla. Solo silenzio.”
Sparì dalla scena pubblica. Per mesi, nessuno lo vide più. Gli amici raccontavano di lui come un’ombra, che camminava per le strade senza meta, trascinato da un dolore che non si può raccontare.
“Non esiste un dolore più grande,” disse.
“Non puoi prepararti. Puoi solo sopravvivere, minuto per minuto.”
Eppure, da quel buio senza fondo, nacque qualcosa.
Non una hit, non una canzone come le altre.
Ma una preghiera.
*Tears in Heaven.*
“Dovevo dare un senso a qualcosa che non ne aveva,” spiegò.
“L’unico modo che conoscevo per parlargli… era la musica.”
Quelle parole scritte con le mani che tremano, quelle note sussurrate con la voce spezzata, dicevano tutto ciò che Clapton non riusciva a pronunciare ad alta voce: l’amore infinito, il rimpianto che non smette mai di pungere, la speranza fragile di potersi rincontrare, un giorno, in un altrove.
“Mi riconosceresti, se ci incontrassimo in cielo?” cantava.
Ogni verso era una conversazione interrotta.
Un padre che parlava al figlio che non avrebbe mai più potuto tenere per mano.
Quando la suonò dal vivo per la prima volta, il pubblico restò in silenzio.
Non per stupore.
Per rispetto.
Perché quella non era solo musica.
Era il dolore che si fa melodia.
Un lutto che diventa voce.
Clapton non pensava che quella canzone potesse consolare qualcuno.
E invece, milioni di persone nel mondo la presero per mano nei giorni più bui.
“Forse,” disse un giorno,
“la vita di Conor aveva un senso che allora non riuscivo a vedere.
Forse questo ne era una parte.”
*Tears in Heaven* non fu scritta per il successo, né per la fama.
Fu scritta per lui.
Per un bambino che ora guarda dall’alto.
Un sussurro eterno.
Un padre che, ancora oggi, canta al cielo nella speranza che qualcuno, lassù, lo stia ascoltando.
Perché certe canzoni non finiscono mai.
Restano lì. A ricordarci che anche nel dolore più devastante può nascere qualcosa di profondamente umano.
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