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27/05/2026
Quando il problema diventa la soluzione: l’approccio consulenziale alla finanza agevolata
Un’azienda con una storia creditizia solida, una Centrale Rischi pulita e un rapporto consolidato con il proprio istituto di credito si trova improvvisamente in difficoltà di liquidità. Il motivo è concreto e circoscritto: un ordine significativo, già preparato e pronto per la consegna, non viene né ritirato né pagato dall’acquirente. Il risultato è un magazzino sovradimensionato rispetto al normale flusso operativo, che blocca risorse finanziarie rilevanti.
L’imprenditore, comprensibilmente preoccupato, si rivolge alla propria banca di fiducia. Racconta la situazione com’è andata: un cliente che non ha onorato l’impegno, una perdita di liquidità improvvisa, la necessità di un finanziamento per coprire il buco. La banca ascolta, valuta, e nega.
La risposta non è irragionevole: nessun istituto di credito finanzia un buco. L’approccio narrativo dell’imprenditore, pur corretto nella sostanza, ha incorniciato la richiesta come la copertura di un danno, non come il supporto a un’azienda sana che attraversa una fase di temporanea immobilizzazione. Il merito creditizio c’è. Il modo in cui è stato presentato il fabbisogno, no.
L’approccio consulenziale: cambia la prospettiva, non i fatti. Un consulente che lavora sulla finanza agevolata legge la stessa situazione in modo radicalmente diverso. I numeri sono identici, la storia è la stessa. Quello che cambia è il punto di partenza.
Non si parte dal problema, si parte dal magazzino. Un magazzino esistente, valorizzato, con una rotazione in linea con la media del settore di appartenenza, è un asset reale. Può essere garanzia. Può essere la base di uno strumento finanziario progettato esattamente per quella funzione. La giacenza non ha bisogno di essere giustificata attraverso la disavventura commerciale che l’ha generata: un magazzino sano è bancabile indipendentemente dal motivo per cui esiste.
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La Scomparsa del Ceto Medio: Una Società Polarizzata
La classe media, per decenni pilastro delle economie occidentali, sta vivendo una fase di profonda contrazione. La società e i mercati si stanno polarizzando in due estremi: da un lato una fascia alta, che beneficia di lusso e servizi premium, dall’altro una fascia bassa, costretta a orientarsi verso il low cost e i discount. Questo fenomeno, come evidenziato da un’analisi di Changes Unipol, sta riscrivendo consumi, strategie aziendali e identità generazionali [1].
I redditi della classe media italiana sono rimasti stagnanti per anni, mentre i costi essenziali per la vita quotidiana – abitazione, istruzione, cura dei figli – continuano a crescere inesorabilmente. A ciò si aggiunge l’impatto dell’automazione e dell’intelligenza artificiale, che rendono più fragili proprio quei lavori tipicamente svolti dal ceto medio. Il risultato è una frattura interna: una piccola parte riesce a “salire di fascia”, ma la maggioranza scivola verso il basso, spesso fino a sfiorare la soglia della povertà.
13/05/2026
Pagare in ritardo è un vizio che costa caro. E non solo a chi aspetta.
Lo Studio Pagamenti 2026 di CRIBIS, il principale osservatorio italiano sul credit management, costruito su oltre due miliardi di esperienze raccolte in 37 paesi, ha fotografato una realtà che non sorprende chi opera sul campo, ma che merita di essere letta con la giusta attenzione. Solo il 43,4% delle imprese italiane paga le proprie fatture entro i termini concordati, con un calo di 1,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Il risultato è una scivolata al 21° posto in Europa e al 28° nel mondo: un posizionamento che racconta qualcosa di strutturale, non di episodico.
I dati Cerved confermano la stessa tendenza da un’angolatura diversa: le grandi imprese saldano in media a 73 giorni, quasi due mesi e mezzo. Le medie a oltre 63. Le piccole a 57. Solo le microimprese si avvicinano ai 50 giorni, pur essendo paradossalmente le più esposte agli impatti di un mancato incasso. I ritardi gravi, quelli oltre i 90 giorni, si attestano al 4,1% e mostrano un lieve miglioramento, ma il quadro d’insieme resta quello di un sistema che fa dell’attesa una prassi consolidata, non un’eccezione.
Il punto, però, non è solo il dato in sé. È la catena di conseguenze che innesca.
Un ritardo di pagamento non rimane circoscritto al rapporto tra chi deve e chi aspetta. Si propaga. L’impresa che incassa tardi è costretta a pagare tardi a sua volta, o a ricorrere al credito bancario per coprire il vuoto di cassa. Chi utilizza stabilmente gli affidamenti oltre la soglia del 75% della propria disponibilità sa già, o dovrebbe sapere, che quella situazione viene letta dalle banche come un segnale di tensione. Nella componente qualitativa del rating, essere cronicamente al limite con la tesoreria equivale a trasmettere un messaggio preciso: l’azienda non ha cuscinetti, non ha margine di manovra, non gestisce la liquidità: la rincorre. E bastano uno o due clienti che saltano un pagamento perché l’intera gestione delle scadenze entri in affanno, con tutto ciò che ne consegue in termini di rapporti con i fornitori, tensioni bancarie e credibilità commerciale.
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