argo.magazine

argo.magazine

Condividi

08/11/2020

Il Giappone è un luogo che ha una cultura e delle tradizioni millenarie, che persistono nonostante i cambiamenti e l'evoluzione di una delle società più avanzate sul pianeta, che tiene in particolar modo a preservare i siti di culto e i templi che diffusi in tutto il paese.

Talvolta in continuità con la tradizione, vengono ricostruiti i diversi siti di culto in rovina, mettendo il progetto in mano ai migliori interpreti dell'architettura nipponica, dando vita a veri e propri luoghi dell'esperienza sensoriale e spirituale dell'uomo. Uno dei progetti più riusciti è sicuramente il Water Temple Hompuki di Tadao Ando che ha rappresentato un radicale cambiamento nella tradizione millenaria della costruzione di templi in Giappone.

Nel progetto per il tempio, Ando mette in atto un'azione progettuale molto più raffinata della semplice inversione del tradizionale percorso ascensionale al tempio, facendo uso di una serie di spazi architettonici differenti, concepiti come successione di luoghi per l'iniziazione.

La sensazione che si trae camminando tra i fiori di loto è quella di trovarsi in un luogo che trascende la vita quotidiana, dove l'innesto dell'architettura con la natura e il riverbero del placido specchio d'acqua inducono alla meditazione e all'ascetismo.

L'accesso al santuario non è immediato, ancora un gioco di elementi dalle geometrie elementari crea un percorso che conduce progressivamente e con continue sorprese al luogo di culto, al cui interno si trova la statua di Amida Buddha, posta esattamente sotto alla vasca dell'acqua, avvolto da un caldo ambiente rosso vermiglio.

Il tempio di Hompuki rappresenta una delle massime punte del percorso progettuale di Ando, che qui ha potuto manifestare un universo, fino allora inedito per lui, di simbolismi e colore, che ha arricchito il suo modo di esprimere il carattere dello spazio giapponese.

31/10/2020

In ogni - o quasi - opera distopica, ma più in generale, ogni qualvolta troviamo un protagonista totalmente in contrasto con la societá che lo circonda non si può non parlare di dipendenze.
E se si parla di distopismo, si può non parlare di 1984?

Nel noto romanzo di George Orwell, le sostanze in questione hanno tutte qualcosa in comune: un nome felice, Victory. Caffè, Gin, Vino, Tabacco, tutto è Victory perché vincere è l’unica cosa che conta nell’eterna lotta tra Eurasia, Oceania ed Estasia.
Winston Smith, il protagonista, abusa (come tutti i comuni cittadini “fuori” dal partito) di queste sostanze per calmare l’ansia, lo stress, riuscire a superare le giornate di lavoro e desensibilizzarsi per poterne uscire sano da tutto il controllo del quale è vittima. Il problema è che tutti però lo danno per scontato. Queste sostanze, infatti, non sono assolutamente viste come qualcosa da usare con cautela ed abusarne è la norma per i ceti sociali bassi.

Chi fa parte del partito, invece, ha accesso alle sostanze “vere”, quelle di qualità, quelle non Victory. Cioccolato, vino, tabacco, tutto della qualità migliore e al contrario degli altri, non hanno assolutamente bisogno di abusarne. In #1984 l’unico modo per uscire sani dal totale controllo del Big Brother è accettarlo e piegarsi al suo potere. Soltanto chi fa parte del partito, per esempio, può spegnere il proprio teleschermo o tenere un diario privato, cosa che sta tanto cara al nostro Winston.
I membri del partito vengono spesso adulati e sedotti, come farà ad un certo punto della storia Julia per rubare e poter accedere al piacere di poter gustare delle sostanze pure, con un vero sapore.

1984 ha al suo interno numerosi episodi di dipendenza e abuso di sostanze, eppure se ne parla così poco. Orwell ha saputo catturare e descrivere perfettamente cosa succede quando un popolo oppresso e il piacere a breve termine delle sostanze (ma la distruzione personale nel lungo) si incontrano.

31/10/2020

I cellulari e i social media sono ormai parti integranti delle nostre vite. Tramite questi dispostivi è possibile reperire un’incredibile quantità di informazioni su tutto ciò di cui abbiamo bisogno, e soprattutto nel modo più veloce possibile.

All’apparenza potremmo ritenere la tecnologia come qualcosa di estremamente intuitivo e completamente in nostro comando. Ma la domanda reale è: siamo davvero noi i fautori di ogni scelta che facciamo all’interno di una qualsiasi app? “The Social Dilemma” , prodotto originale Netflix, tenta di rispondere a questa domanda, scoperchiando, potenzialmente, quello che è un gigantesco vaso di Pandora.

Muovendosi tra le testimonianze di coloro che sono stati fautori dei social media come li conosciamo oggi, Jeff Orlowski (il regista) espone quelle che sono state le conseguenze alla diffusione di questi strumenti apparentemente innocui per la nostra persona ma che, se utilizzati in un certo modo, possono portare a effetti catastrofici, quali cospirazioni dovute a fake news e, soprattutto nei ragazzi preadolescenti, depressione.

Le interviste agli addetti ai lavori sono però inframezzate dallo svolgimento di una storia scritta e girata nell’ultimo anno su una famiglia americana del ceto medio, dove ogni membro ha un rapporto differente, e quantomai nocivo, con il cellulare. È in questo racconto che, paradossalmente, risiede la vera forza di questo docu-drama, poiché rende la visione adatta a qualsiasi tipo di pubblico, e dunque universale.
Non è comunque un prodotto esente da difetti: vi sono, soprattutto nella parte finale, alcuni problemi di ritmo e di argomentazione. Sebbene infatti The Social Dilemma porti avanti un discorso all’insegna di dati reali ed evidenti, negli ultimi minuti sembra quasi sfociare nello stesso cospirazionismo di cui si era fatto nemico.

Resta il fatto che questo documentario riesca a cambiare la nostra percezione dei social media, portandoci, forse, ad un utilizzo più consapevole di questi mezzi.
Ne consiglio caldamente la visione.

Vuoi che la tua azienda sia il Società Di Media più quotato a Magnano in Riviera?
Clicca qui per richiedere la tua inserzione sponsorizzata.

Digitare

Sito Web

Indirizzo


Magnano In Riviera