Ruggero Razza
Avvocato penalista | candidato alle elezioni europee dell'8 e 9 giugno 2024 nella lista di Fratelli d'Italia
29/06/2026
Un anno fa, poco prima dell’uscita in libreria del mio libro sul Piano Mattei, partecipai a Taormina a un dibattito dedicato alla centralità geopolitica del Mediterraneo.
Anche in quell’occasione sostenni una convinzione che continuo a ribadire: l’Italia può e deve guidare l’Europa nel tornare a guardare verso Sud. Una scelta che fatica ad essere vista come strategica e prioritaria.
Parlai delle grandi opportunità già davanti a noi: il collegamento elettrico Elmed tra Tunisia e Sicilia; il cavo digitale T-Med; l’idrogeno verde dal Marocco e dall’Algeria; il gas dal Nord Africa e dal Medio Oriente; i porti, ai quali aggiungo i ponti; fino alla nuova politica europea di vicinato, oggi tradotta nel Patto per il Mediterraneo e nel suo primo Action Plan.
L’intervento successivo fu tanto semplice quanto incisivo. La domanda che pose era questa: qual è il vantaggio concreto per i cittadini di una politica che investe miliardi in Africa?
È una domanda legittima, che merita una risposta altrettanto chiara.
La prima riguarda la necessità di favorire la crescita del continente africano, affrontando alla radice le cause economiche delle migrazioni. Ma c’è molto di più.
L’interesse è diretto e reciproco, perché riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire per il futuro.
Senza scomodare la storia — che pure avrebbe molto da insegnare sul Mediterraneo come spazio di incontro tra popoli e civiltà — basta osservare la realtà.
Oggi si fronteggiano due continenti profondamente diversi e, proprio per questo, straordinariamente complementari: il più anziano e il più giovane; quello che cresce meno e quello destinato a crescere di più; quello povero di materie prime strategiche e quello che ne concentra una parte decisiva; quello che fatica a trovare forza lavoro qualificata e quello in cui milioni di giovani chiedono opportunità di formazione e occupazione.
Qui risiede il vero interesse comune.
Non soltanto nello scambio di energia, di infrastrutture o di merci, ma nella possibilità di costruire insieme un’area di prosperità, sicurezza e sviluppo condiviso.
È questa la sfida del Mediterraneo. E sarà anche una delle sfide decisive dell’Europa, se avrà il coraggio di guardare lontano.
26/06/2026
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24/06/2026
Dall’inizio di questo secondo mandato, la Commissione europea ha mostrato un’inedita attenzione al tema della salute, sia come tutela dei cittadini di fronte alle patologie croniche, sia come sostegno all’industria farmaceutica e alle biotecnologie. Il Parlamento europeo ha raccolto questa sfida e continuerà a lavorare per rafforzare e migliorare le proposte della Commissione.
I tempi sono fondamentali: di fronte alle sfide globali, dobbiamo proteggere il nostro sistema e rafforzarne la competitività. Per la prima volta, la sensazione è che sia stata imboccata la strada giusta.
23/06/2026
Uno scambio di opinioni sul regolamento per i dispositivi medici, ormai in dirittura d’arrivo. Un anno fa la plenaria ha approvato un’attesa risoluzione - con un mio contributo emendativo - per arrivare alla modifica delle regole, con l’obiettivo di garantire i pazienti. Il 20 luglio scadranno gli emendamenti alla proposta della commissione e la riunione di oggi - cui hanno partecipato sia la commissione che la nostra rappresentanza - è stata una occasione importante per comprendere le criticità da affrontare.
22/06/2026
Ci sono molti modi, anche profondamente diversi tra loro, per misurare il grado di affidabilità della politica. Oggi, complici i social network e l’imbarbarimento del confronto pubblico, sembrano prevalere le parole sui fatti. E non è mai un bene. Si alzano i decibel, ma si abbassa la capacità di distinguere chi ha ragione da chi ha torto.
I grandi comunicatori del nostro tempo sono spesso convinti che tutto sia istantaneo e che, in questa continua ricerca dell’immediatezza, si possa dire tutto e anche il suo contrario. Si pensa che una battuta efficace, uno scandalo – vero o, talvolta, persino costruito –, una polemica confezionata su misura contro qualcuno siano sufficienti a generare dibattito in rete e, di conseguenza, a raccogliere consenso.
In molti casi, bisogna riconoscerlo, questo metodo funziona. Ma – ed è questa la riflessione che vorrei proporvi, la seconda dopo quella dello scorso lunedì – siamo davvero sicuri che chi grida di più sia il parametro giusto per individuare la migliore proposta politica? Io credo di no. E provo a spiegare perché.
Sono cresciuto nell’idea che la politica misuri la propria efficacia nella capacità di realizzare progetti. È una concezione della politica come buona amministrazione, nella quale la capacità di trasformare gli impegni in risultati rappresenta l’unico indicatore davvero concreto. È ciò che distingue il populismo demagogico dal buon governo: quel principio guida che, insieme al valore della libertà, ispirò il centrodestra fin dalla sua nascita nel 1994.
Libertà e buon governo, infatti, sono due valori inseparabili: non può esistere l’una senza l’altro.
Non è un’affermazione astratta. Se oggi la Sicilia è l’unica regione italiana nella quale, ad esempio, dopo trent’anni di parole, si sta finalmente costruendo un’autostrada, non è merito del destino, ma del buon governo. Se in ogni provincia si possono indicare decine di opere pubbliche realizzate o in corso di realizzazione, anche in questo caso la spiegazione non è il fato, ma la capacità di amministrare.
Ecco la vera rivoluzione di cui la Sicilia avrebbe bisogno: smettere di misurare la politica con il rumore delle polemiche e cominciare a valutarla attraverso la concretezza delle opere.
Scopriremmo che, in ogni schieramento e in ogni coalizione, esistono professionisti dell’immobilismo, abilissimi nei sotterfugi e spesso innamorati delle proprie parole. Ma esistono anche amministratori pubblici concreti e onesti, che lavorano molto e parlano poco.
Questo è stato, a mio avviso, il lascito più importante del governo regionale che ha concluso il proprio mandato nel 2022: l’idea che il buon governo possa diventare il principale criterio di giudizio della politica. Un patrimonio che avrebbe dovuto rappresentare un valore condiviso. Almeno a destra.
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