Daniela Marrocco Coach

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06/07/2026

VALERIA O DANIELA?

(A proposito di )

Se qualcuno mi chiedesse qual è la domanda che ho sentito pormi più spesso nella vita, sarebbe questa.

Il motivo è di facile intuizione: è nella foto.

La seconda domanda a cui ho risposto più spesso è: come è essere una gemella?
Beh, ecco: normale.
Sì, normale. Perchè siamo solo io e Valeria. So solo come essere sua sorella, non so come sia avere altri fratelli o sorelle di età diversa.

La terza - sì, ce n'è una terza - è: ma è vero che sentite l'un l'altra le stesse cose? Che siete telepatiche?

A questo punto la mia faccia si stranisce sempre, perchè sì, io e Valeria ci sentiamo l'un l'altra, avvertiamo forti sensazioni. Prima più di ora. Ma anche questo è normale.

Per tutta la vita, anche se oggi meno in virtù di una differenza fisiologica che è comparsa con l'età, io e mia sorella abbiamo vissuto con il continuo doversi presentare, distinguere, identificare.

E' una cosa che accade spessissimo ai gemelli omozigoti: scuotono una inevitabile curiosità. Curiosità che io vivo come peculiare, visto che in casa di gemelli omozigoti ne abbiamo altri 2: mio padre e mio zio.

Per tutta la mia vita è successo questo: dover asserire chi fossi.
Probabilmente anche per Valeria.
Per qualche motivo chi si assomiglia in questo modo subisce la fantasiosa situazione di doversi qualificare, distinguere.

E mi è venuto in mente che l'essere umano è sempre così peculiare: ama trovare persone simili a se stesso, ma quando le trova si stranisce.
Avere un "clone" è qualcosa che turba ed affascina.
In qualche modo ti spinge al paragone.
Ti spinge alla distinzione.
Ti spinge a reclamare la tua identità.

Il bello è che da gemella ho sempre asserito la mia identità in modo totalmente inconsapevole, perchè VALERIA è sempre stato altro da me.
Ed è interessante notare come la PERCEZIONE DEL MONDO CIRCOSTANTE ti spinga inevitabilmente a questionare la tua identità, sebbene tu l'abbia chiarissima.

E' un pò quello che accade quando vogliamo assomigliare troppo ad altri e poi finiamo per perderci.
Quello che può succedere quando per essere affini, accondiscendenti, finiamo in qualche modo per dimenticare cosa vogliamo per noi davvero.

Essere gemella è la mia condizione, non è la mia identità. Non lo è mai stata.

Sapere chi sei è una scelta.
Un impegno.
Spesso una scoperta che dura tutta la vita.

Ed è quella scelta che ti impedisce di perderti, anche quando il mondo continua a chiederti di essere qualcun altro.

Valeria Marrocco

27/05/2026

STAI FACENDO , MA NON LO SAI.
(O FORSE SEI STATO COSTRETTO A FARLO.)

Ci risiamo. Eccoci al solito post di denuncia sul .
Il capo controllante, l’imprenditore accentratore.
Quello che “non delega”.

Stavolta, però, ti devo deludere.
Perché la settimana scorsa parlavo con uno dei miei clienti imprenditori durante una sessione di .
Stavamo lavorando sul suo vita-lavoro e sulla necessità di far crescere la sua azienda, una costruita con lavoro, sacrificio e visione.

Un imprenditore giovane, lucido, ispirato.
Uno che crede davvero in due valori: e .

Peccato che la realtà, dentro molte aziende, sia un po’ diversa.
E il suo equilibrio sta andando in panne proprio a causa di un “per forza”.

Perché a volte il micromanagement non nasce dal bisogno di .
Nasce dalla sensazione costante che, se molli qualcosa, quella cosa si perderà.

Nasce quando:
>devi ricordare tutto tu;
>fai follow-up continui;
>controlli attività già assegnate;
>entri in ogni dettaglio perché sai che altrimenti qualcosa sfuggirà;
> diventi il promemoria vivente dell’azienda.

Ed è qui che il meccanismo diventa particolare.
Andando avanti, accade che non deleghi più davvero, non perché vuoi potere, ma perché inizi a pensare che “Faccio prima io.”
Ecco, inizia da questa frase, più spesso di quanto immagini, il micromanagement.

Silente e subdolo.

Per via dell'inerzia del lavoro, di taluni collaboratori che leggono il controllo di qualsiasi tipo come mancanza di fiducia.

Ed è questo il punto.

Ci sono collaboratori e fantastici, ma diciamolo: lo sono davvero tutti?
Perchè alcuni raramente si pongono ua domanda:
“Sto davvero generando affidabilità?”
Mi interessa generarla?

Forse abbiamo modificato il senso dell’autonomia da "me ne occupo e ti dò riscontro" in "nessuno mi deve controllare, se no non ti fidi".

Una differenza che cambia tutto.

Attenzione: non sto dicendo che il micromanagement sia sano.
Perché non lo è, comunque sia nato e si alimenti.

Ma fa male all'organizzazione perchè: consuma energia mentale, blocca la crescita, satura l’imprenditore, spegne la fiducia reciproca., rovina le interne e le .

Tuttavia, ho potuto più volte riscontrare che non sempre dietro certi comportamenti c’è ego.
Più volte c'è altro, come stanchezza, solitudine operativa.

A volte c’è un imprenditore che non si sente davvero sostenuto dal proprio team.
E no, non basta dirgli “devi imparare a delegare.”, perchè la delega è un affare che implica elementi di cultura aziendale certo, ma anche persone in grado di darla e assumerla.
La delega nasce quando, dall’altra parte, qualcuno smette di aspettare istruzioni e inizia davvero a presidiare.

Assomiglia anche al tuo vissuto?
Condividilo nei commenti insieme a me.

06/05/2026

NON SAREMO MAI ALEX ZANARDI.

Questo non è un post motivazionale.
Men che meno ispirazionale.
E' quello che dopo un paio di giorni, sento di scrivere. Profondamente.
Riguarda te, Alex Zanardi
Scrivo a te.
Una lettera, se vuoi. In qualche modo.

Perchè non c'è stato giorno che sia passato dalla tua seconda rinascita che non mi abbia portato a chiedermi:
come reagirebbe un a quello che ti è accaduto?

Non fraintendermi: di esseri umani fuori dall'ordinario nella mente e nell'atteggiamento ce ne sono - per fortuna - davvero tanti.
Solo che la tua storia aveva qualcosa di diverso.

Sarà che avevi sempre gli occhi limpidi. Che sorridevano.
Non era finto il sorriso.
Era la vita che non ne voleva sapere di spezzarti.
Era quella vita che ti facevi scorrere in ogni dove nella fibra del tuo corpo, anche quando te ne è rimasto praticamente solo metà.
E tu su quella metà ci hai costruito una seconda vita.

Alex, che ti devo dire.
Pensandoci, ho sempre detto a me stessa: ma quanti esseri umani sulla terra hanno quella forza?
Quanto saremmo davvero in grado di imparare a pensare, vivere, amare la vita come te?

C'è sempre stato qualcosa di speciale in te.
Regola dei 5 secondi o meno, tu hai sempre avuto in te una cosa che è rara: l'entusiasmo nella vita e per la vita!

Faccio il coach, è vero.
Ma non sono di quelli che pensano e insegnano o millantano che "tutto è possibile" se ci credi forte forte forte.
Non è tutto possibile.

Però te lo devo dire: con la tua vita hai dimostrato che sì, è possibile.
Non tutto, ma di più. Diverso da come ti aspetti le cose, ma tutto vuol dire che sei disposto a pensare, agire, usare modi diversi, obiettivi diversi.

Ecco, accidenti Alex.
Tu sei stato ispirazione per quella forma di che non è per tutti forse, ma per alcuni come te è vera.
E' stata vera fino alla fine.

Io non lo so se parole come eroe, mito, mentore ti sono piaciute.

Ricordo che volevi solo definirti così: sono un pilota.
Anche quando metà del tuo corpo sembrava non confermarlo.
Ma pilota è stata la tua definizione più vera e reale.
La sento ancora la tua voce con la R arrotolata e quel sorriso che continuava a vivere.

Quindi oggi la vita è un pò più triste, un pò meno luminosa senza il tuo sorriso.

Mi restano 2 insegnamenti:

1. Il primo: non saremo mai , ma possiamo prendere da te un pò di quella vitalità che ti ha reso pilota della tua vita;

2. Un ringraziamento vero: quello di aver reinterpretato la parola "impossibile" in NON HO ANCORA TROVATO IL MODO DI FARLO DIVERSAMENTE, MA LO TROVERO'.

Grazie Alex. Di tutto.

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